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Il sapere oltre le aule

Un disco da due euro e il mistero di George Saxon

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Riassunto — A un mercatino ho comprato per due euro un vecchio LP intitolato A Saxophone Around the World – 2ª Raccolta. L’interprete, George Saxon, sembrava quasi non esistere: poche tracce online, nessuna biografia chiara, una lunga serie di dischi dimenticati. Seguendo cataloghi, archivi discografici e cronache del jazz italiano emerge una storia più interessante del previsto. Dietro quel nome c’erano almeno due musicisti, Sergio Rigon e Guido Lamorgese, e un pezzo poco ricordato dell’industria musicale italiana degli anni Settanta.

Introduzione

A un mercatino, in mezzo a pile di vinili che costavano poco più del cartone che li conteneva, ne ho trovato uno a due euro. In copertina c’era scritto George Saxon – A Saxophone Around the World, 2ª Raccolta. Dodici brani, etichetta Joker e una bellissima donna anni Settanta in stile Fausto Papetti. Il sassofono, protagonista, era incaricato di attraversare le canzoni del momento: Alone Again, Song Sung Blue, Rocket Man, Noi due nel mondo e nell’anima, Run to Me. Era il 1973.

La cosa strana è arrivata dopo. Ho cercato George Saxon online aspettandomi la solita biografia essenziale, senza trovare però quasi niente. C’erano i dischi, parecchi. C’erano copertine, inserzioni di collezionisti, però l’uomo che avrebbe dovuto averli incisi sembrava sfuggire continuamente. Il motivo è che, con ogni probabilità, George Saxon non era un uomo solo.

La ricerca porta a Milano, agli studi della SAAR Records, e a due sassofonisti che negli anni Sessanta e Settanta vivevano dentro una professione musicale oggi molto meno visibile: Sergio Rigon e Guido Lamorgese. La storia comincia qualche anno prima della mia 2ª Raccolta. Nel Registro Pubblico Generale delle Opere Protette compare nel 1970 una registrazione della SAAR intitolata George Saxon – Un saxofono nel mondo. Dodici pezzi, da Goin’ Out of My Head a Torna a Surriento. È il primo album che si riesce a documentare con sicurezza sotto quel nome; il catalogo Joker gli assegna il numero SM 3049. Fra i brani c’è anche Blue West, firmato da G. Lamorgese.

Guido Lamorgese

Guido Lamorgese era una figura ben più importante di quanto lasci pensare il nome nascosto nei crediti di George Saxon. Di lui è difficile ricostruire persino gli estremi biografici — le fonti consultate non riportano con sicurezza né la data di nascita né quella di morte — ma la sua attività è documentata almeno dalla metà degli anni Cinquanta. Nel 1955 suonava già il sassofono nei Franco e i G.5, gruppo con cui avrebbe impiegato anche clarinetto e vibrafono e nel quale cantava: nel 1957 la Columbia pubblicò persino un disco intitolato Franco e i G.5 – Canta Guido Lamorgese. Negli anni successivi passò dal ruolo di strumentista a quelli di compositore, direttore d’orchestra e uomo di studio. Nel 1968 firmò con Arturo Prestipino la musica di Cinque minuti e poi, successo di Maurizio su testo di Herbert Pagani.

Il suo nome compare anche in una pagina curiosa della preistoria discografica di Franco Battiato. Quando nel 1967 uscirono La torre e Le reazioni, Battiato non era ancora iscritto alla SIAE e le composizioni vennero formalmente accreditate a Guido Lamorgese e Luciana Medini; Lamorgese compare inoltre tra gli autori delle musiche di È l’amore e Fumo di una sigaretta del 1968. È un dettaglio che restituisce bene quanto fosse fitto il reticolo della discografia milanese di quegli anni: dietro produzioni apparentemente lontane tra loro ricompaiono spesso gli stessi arrangiatori, musicisti e uomini di studio. Lamorgese figura inoltre tra i direttori d’orchestra del Festival di Sanremo già nel 1967 e ancora nel 1969.

Alla SAAR di Pero il suo ruolo andava oltre quello del musicista. Gli archivi dell’etichetta lo indicano anche come tecnico di registrazione negli anni Settanta e Ottanta. Nel 1973 registrò, per esempio, Metti una sera Cerri di Franco Cerri, mentre una testimonianza particolarmente vivida arriva da Furio Sollazzi dei Numi. Ricordando nel 2003 le sessioni del loro Alpha ralpha boulevard, Sollazzi descrive Lamorgese, accreditato sull’album come “consulente musicale”, come una presenza molto rigida nelle proprie idee sul suono. Il gruppo entrò quasi subito in conflitto con lui e, insoddisfatto del primo missaggio, tornò allo studio di Pero pretendendo che il disco venisse rifatto. È un ricordo raccontato trent’anni dopo e con evidente gusto per l’aneddoto, ma chiarisce bene la posizione occupata da Lamorgese come uno degli uomini che nello studio SAAR potevano decidere concretamente come un disco dovesse suonare.

Sergio Rigon

Sergio Rigon, classe 1934, proveniva dalla scena musicale di Vercelli. Suonava soprattutto il sax baritono, ma anche contralto, clarinetto e flauto. Dopo esperienze professionali negli Stati Uniti, in Africa e in Europa, nel 1965 entrò nell’Orchestra Ritmica della Rai. Quando morì, il 24 maggio 2014, La Stampa ricordò una carriera trascorsa nelle grandi orchestre, nei Festival di Sanremo e accanto a musicisti come Giorgio Gaslini, Gil Cuppini e Wilson Pickett.

Nel 1968 Rigon è nell’orchestra diretta da Augusto Martelli per Mina alla Bussola dal vivo: sax alto, flauto e clarinetto, circondato da alcuni dei migliori fiati italiani dell’epoca. Nello stesso periodo compare al baritono nelle formazioni sperimentali di Giorgio Gaslini, insieme a Gianni Bedori, Glauco Masetti, Eraldo Volonté, Dino Piana e altri protagonisti del jazz italiano. È difficile immaginare una distanza maggiore: da una parte c’è Gaslini, che alla fine degli anni Sessanta spinge il jazz italiano verso forme aperte, contemporanee e talvolta radicali; dall’altra ci sono melodie pop di tre minuti, archi, riverbero e un sax che deve rendere immediatamente riconoscibile Killing Me Softly o Bella senz’anima. Per un musicista professionista dell’epoca, però, queste due attività potevano convivere nello stesso calendario.

Rigon insegnava anche. Alla scuola del Capolinea di Milano ebbe fra i suoi allievi Gabriele Comeglio, futuro arrangiatore, direttore e docente, che avrebbe poi studiato al Berklee College of Music di Boston, USA.

Una ricostruzione del critico jazz Guido Michelone identifica esplicitamente George Saxon come il nome utilizzato da Rigon per incidere una lunga serie di album easy listening “sull’onda dei successi di Fausto Papetti”. È un’indicazione preziosa perché finalmente collega un volto al nome stampato sui dischi. Presa da sola, sembrerebbe risolvere il caso.

Poi compare un altro documento. Nel 2002 uscì Saxsation, una compilation che raccoglie registrazioni di George Saxon realizzate dalla SAAR tra il 1973 e il 1978. I crediti sono inequivocabili: “George Saxon and his Orchestra, saxes: Guido Lamorgese & Sergio Rigon“. La stessa attribuzione compare nelle ristampe archivistiche oggi diffuse dal catalogo Library Music Themes e nella scheda Discogs dell’album.

Quindi dire semplicemente che George Saxon fosse lo pseudonimo di Sergio Rigon è probabilmente troppo netto. Rigon fu certamente uno dei musicisti nascosti dietro quel nome, e una fonte jazzistica vicina alla sua storia lo identifica direttamente con Saxon, ma l’archivio discografico attribuisce le registrazioni anche a Lamorgese. Inoltre quest’ultimo compare già come compositore nel primo Un saxofono nel mondo del 1970 e lavorava materialmente negli studi SAAR.

Nel 1980, quando la stagione classica di George Saxon era ormai alla fine, Rigon pubblicò con il proprio nome Feelings per la Red Records. Il disco è un quartetto con Ettore Righello, Carlo Milano e Giampiero Prina; in scaletta ci sono Secret Love, Lush Life, Tenor Madness, You Stepped Out of a Dream e composizioni originali. Qui il sax baritono può muoversi dentro il linguaggio jazzistico senza l’obbligo di sostituire una voce famosa. La Red Records conserva ancora l’album nel proprio catalogo.

Un marchio e le raccolte

La ricostruzione più prudente è quindi quella di George Saxon come identità discografica, un marchio artistico sufficientemente elastico da poter comprendere più musicisti. Quanto suonasse Rigon e quanto Lamorgese in ciascun album rimane difficile da stabilire: i crediti finora disponibili non dividono le singole tracce fra i due.

Infine, anche il modo in cui quei dischi venivano venduti aiuta a capire perché un simile sistema funzionasse. La Joker era il marchio economico della SAAR, la casa discografica fondata da Walter Guertler. Dal 1967 costruì un catalogo enorme che andava dal jazz alla musica classica, dal folk alla musica per bambini, mescolando ristampe e nuove produzioni. Quei 33 giri avevano un vantaggio decisivo: potevano essere venduti anche fuori dai tradizionali negozi di dischi, nei grandi magazzini e nelle edicole. E George Saxon si adattava perfettamente a quel modello: il nome suonava internazionale, era facile da ricordare e soprattutto poteva diventare una serie. Il protagonista commerciale non doveva essere necessariamente una persona con una biografia da raccontare: era quel suono di sax in primo piano, applicato alle melodie che il pubblico aveva già ascoltato alla radio.

La mia 2ª Raccolta è quasi una fotografia di questo meccanismo. Pubblicata dalla Joker con numero di catalogo SM 3469, prende canzoni che nel 1972 erano state ovunque e le trasforma immediatamente in repertorio strumentale. Gilbert O’Sullivan diventa Alone Again, Neil Diamond Song Sung Blue, Elton John Rocket Man, i Pooh Noi due nel mondo e nell’anima, i Bee Gees Run to Me. Il disco non chiede all’ascoltatore di scoprire nuove composizioni. Gli restituisce musica che conosce già, togliendo le parole e mettendo il sassofono al loro posto. Forse è proprio questo che rende interessante George Saxon quasi cinquant’anni dopo. I suoi dischi erano costruiti per essere facilmente consumabili e sostituibili: la nuova raccolta arrivava quando cambiavano le canzoni da reinterpretare. Il nome in copertina contava meno del repertorio e del suono.

Era un mercato importante, e già Fausto Papetti aveva mostrato quanto bene funzionasse quella formula: sax, orchestra, successi recenti, copertine riconoscibili e raccolte numerate che si succedevano rapidamente. La sua immagine è rimasta legata soprattutto alle cover strumentali e al cosiddetto sax confidenziale, ma Papetti era un musicista di formazione jazzistica, con un’esperienza professionale precedente nelle orchestre e nel jazz. Il successo enorme delle sue raccolte finì quasi per oscurare quella parte della sua carriera: tra la fine degli anni Sessanta e gli Ottanta i suoi album entrarono regolarmente nelle classifiche italiane e trasformarono quel modo di usare il sassofono con la melodia affidata allo strumento al posto della voce, sopra arrangiamenti orchestrali facilmente riconoscibili, in un vero filone discografico. Sulla sua scia arrivarono Johnny Sax, Gil Ventura e, nello stesso mercato, George Saxon: progetti diversi, accomunati dall’idea che il sassofono potesse diventare la “voce” delle canzoni già familiari al pubblico, entrando di fatto nelle case (e nei letti) degli italiani.

Conclusioni

Alla fine, quel disco comprato per due euro al mercatino racconta anche un mondo musicale che sembra essersi quasi dissolto. Un’epoca di studi pieni di turnisti, arrangiatori, tecnici, musicisti che passavano con naturalezza dal jazz alla musica leggera, dalla televisione alle sale da ballo, dai progetti più ambiziosi alle raccolte di cover destinate a entrare nelle case di tutti. Forse qualcosa di quello spirito esiste ancora nell’underground, ma allora era parte del mestiere quotidiano. Un sassofonista poteva suonare Gaslini una sera e il giorno dopo incidere una versione orchestrale di una canzone appena entrata in classifica. Poteva, tra molte virgolette, “vendersi” all’easy listening senza smettere per questo di essere il musicista che era.

È anche per questo che quei dischi continuano ad avere qualcosa da dire. Dietro una melodia costruita per piacere al grande pubblico rimangono un suono, un vibrato, un modo di prendere fiato, di entrare su una nota e di lasciarla andare. In una registrazione di Papetti, Rigon, o Lamorgese (o George Saxon), a un certo punto si sente comunque l’uomo dietro lo strumento. La confezione poteva essere commerciale, ma dentro quelle poche battute di sax passavano esperienza, gusto e qualcosa di personale che nessun arrangiamento riusciva del tutto a cancellare.

Poi c’era il resto: il nastro magnetico, i microfoni, le stanze degli studi e i musicisti che discutevano per un missaggio o che lasciavano qualche ora della propria vita su un master destinato magari a diventare un LP economico della Joker. Oggi quel suono ci arriva attraverso il fruscio del vinile, con una profondità che appartiene anche al supporto e al modo in cui quelle registrazioni venivano costruite. C’è qualcosa di irripetibile nel gesto di appoggiare la puntina e sapere che ciò che esce dai diffusori è rimasto fisicamente inciso lì per più di cinquant’anni.

Resta il fatto che non sappiamo ancora con certezza chi stiamo ascoltando in ogni traccia. Sul mio disco il nome rimane uno solo: George Saxon. E in fin dei conti, io, appassionato di Papetti e suonatore di sax, quel disco a due euro l’ho preso proprio perché mi sono detto: “E chi è questo George Saxon?”. Forse è questo il modo migliore in cui un disco del genere poteva sopravvivere.


Fonti e approfondimenti

A Saxophone Around the World – 2ª Raccolta

Artista: George Saxon
Anno: 1973
Formato: LP, compilation, stereo
Etichetta: Joker / International Joker Production
Catalogo: SM 3469
Paese: Italia
Genere: Jazz, Pop
Stile: Easy Listening
Durata complessiva: 38:41
Direzione editoriale / produzione: Sergio Balloni
Editor: Walter Gürtler

Tracklist
1. Alone Again — 2:54
2. Noi Due Nel Mondo E Nell’Anima — 3:08
3. Valachi Theme — 2:57
4. Song Sung Blue — 3:55
5. Run To Me — 2:56
6. Women In Love — 3:30
7. Rocket Man — 4:10
8. Il Gabbiano Infelice — 3:22
9. Delta Queen — 3:25
10. Gioco Di Bimba — 2:35
11. Coo-Coo-Chi-Coo — 2:49
12. In A Broken Dream — 3:00
  • Registro Pubblico Generale delle Opere Protette, Ministero della Cultura, bollettino 1971: registrazione SAAR del 1970 di George Saxon – Un saxofono nel mondo. (Biblioteche)
  • Library Music Themes / archivi SAAR, George Saxon: Saxsation: crediti a Guido Lamorgese e Sergio Rigon e datazione delle registrazioni 1973-1978. (Library Music Themes)
  • Piermario Ferraro, «Il mondo della musica dà l’addio a Sergio Rigon», La Stampa, 24/05/2014. (La Stampa)
  • Guido Michelone, profilo di Sergio Rigon e attribuzione del nickname George Saxon, 2018. (Giacomo Verri Libri)
  • Giorgio Gaslini, L’Integrale – Antologia cronologica 1968-1970, crediti delle formazioni con Sergio Rigon al sax baritono. (giorgio-gaslinipo.bandcamp.com)
  • Red Records e ricostruzioni della storia del jazz vercellese per Feelings di Sergio Rigon, 1980. (redrecords.it)
  • Cataloghi Joker, SAAR e repertori discografici per la serie A Saxophone Around the World. (Wikipedia)
  • Intervista con Furio Sollazzi, di Augusto Croce, maggio 2003 https://www.italianprog.com/it/a_numi.htm

Autore

  • Matteo Paolieri

    Matteo Paolieri è chimico, appassionato di storia della chimica, cultura e musica. Toscano di origine e trapiantato al Nord, con un percorso diviso tra Italia e Germania. Si occupa di sistemi di gestione per la qualità in ambito ASD. Nei suoi scritti racconta storie, idee e figure meno conosciute che hanno contribuito a costruire la scienza moderna, con uno sguardo curioso anche a riflessioni verso altri ambiti culturali. Quando non scrive o non lavora, suona il sax tenore e ascolta tonnellate di musica.