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Il sapere oltre le aule

Eleonora Rocconi: Ricostruire i suoni del passato

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Quando parliamo della musica di oltre duemila anni fa, spesso partiamo da poche tracce: un frammento di papiro, la raffigurazione di uno strumento, alcune notazioni conservate.

Da questi elementi, però, gli studiosi riescono a ricostruire una parte importante di una realtà molto più complessa, mettendo insieme storia, filologia, archeologia e teoria musicale.

Analizzeremo la questi aspetti con la professoressa Eleonora Rocconi, docente all’Università di Pavia e studiosa della musica nel mondo greco e romano.

Eleonora Rocconi
Eleonora Rocconi
Professoressa associata di Musicologia e Vicedirettrice del Dipartimento di Musicologia e Beni Culturali · Università di Pavia – Dipartimento di Musicologia e Beni Culturali

Eleonora Rocconi è professoressa associata presso il Dipartimento di Musicologia e Beni Culturali dell’Università di Pavia, di cui è anche vicedirettrice.
I suoi studi si concentrano sulla musica greca antica, con particolare attenzione alla teoria musicale, alla ritmica, al teatro e al ruolo culturale e sociale della musica nel mondo greco e romano.
La sua formazione unisce studi classici e musicali, con un dottorato in Letteratura e filologia greca e un diploma in Organo e composizione organistica.

Di seguito è possibile guardare il video e leggere la versione trascritta dell’intervista.

Partirei dal significato stesso che la musica aveva nel mondo greco. Noi oggi, quando parliamo di musica, pensiamo immediatamente a qualcosa da ascoltare, mentre il termine mousikē sembra indicare qualcosa di molto più ampio. Che cosa avrebbe inteso realmente un Greco antico parlando di mousikē?

La parola mousikē compare relativamente tardi rispetto alla pratica musicale. Non abbiamo attestazioni del termine prima della fine del VI secolo a.C., mentre sappiamo che i Greci praticavano musica già dall’età micenea.

Le fonti più antiche descrivono attività performative che comprendevano canto, musica strumentale e danza, combinati in modi diversi. Queste pratiche esistevano quindi molto prima che venissero raccolte sotto una definizione comune.

Il termine nasce in realtà come aggettivo nell’espressione mousikē technē: la technē è il “saper fare”, l’arte intesa anche come competenza pratica, mentre mousikē rimanda alle Muse. Non è casuale che siano state scelte divinità plurali: le Muse rappresentano proprio la molteplicità delle arti performative.

Anche i loro nomi richiamano diversi aspetti di questo universo: Calliope, per esempio, rimanda alla bella voce; Urania al cielo; Talia alla festa. La mousikē nasce quindi come un concetto molto ampio, capace di comprendere differenti forme di espressione artistica.

Restando sul tema del suono, oggi possiamo ascoltare diverse ricostruzioni della musica greca antica. Quanto possiamo essere realmente sicuri che siano vicine a ciò che ascoltavano gli antichi?

Su alcuni aspetti possiamo essere abbastanza sicuri, perché non possediamo soltanto descrizioni e immagini, ma anche veri reperti archeologici.

Questo vale soprattutto per alcuni strumenti. Gli aulos, strumenti a fiato ad ancia, sono tra quelli meglio documentati. Una delle raccolte più importanti proviene dagli scavi di Pompei ed è conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Doppio aulos in osso di epoca greca antica, conservato al National Museum of Denmark.
Doppio aulos in osso, circa V secolo a.C., conservato al National Museum of Denmark di Copenaghen.
Crediti: Caroline Léna Becker, Double Aulos, 14411–14412, Wikimedia Commons, licenza CC BY 4.0.

Oggi questi reperti possono essere misurati, analizzati nei materiali, riprodotti digitalmente e poi ricostruiti attraverso stampa 3D o grazie al lavoro di artigiani specializzati. Nel nostro Dipartimento collaboriamo, per esempio, con chimici e fisici proprio per studiare la materialità degli strumenti.

Naturalmente rimane sempre una parte da integrare. Sappiamo abbastanza bene che tipo di sonorità potessero avere alcuni strumenti, mentre conosciamo molto meno l’enorme repertorio di melodie effettivamente eseguite.

È quindi un lavoro di archeologia sperimentale: si parte da reperti che non possono più essere suonati direttamente, li si ricostruisce e poi si sperimentano diverse possibilità esecutive.

Un esempio interessante viene anche dal cinema: per le musiche dell’Odissea di Christopher Nolan sono stati coinvolti musicisti specializzati in archeologia musicale, che utilizzano strumenti ricostruiti come la lira e l’aulos. Le melodie sono naturalmente contemporanee, ma alcune sonorità provengono da strumenti ricostruiti sulla base delle fonti antiche.

Quanto stanno cambiando il nostro modo di studiare la musica antica strumenti come la modellazione digitale, le ricostruzioni virtuali e gli studi acustici?

Moltissimo. Il suono oggi può essere ricostruito non soltanto fisicamente, attraverso la replica di uno strumento, ma anche virtualmente.

La possibilità di analizzare i materiali dal punto di vista chimico e fisico, utilizzare scansioni e modelli 3D o studiare scientificamente l’acustica ha dato una forte accelerazione all’archeologia musicale.

Quando ho iniziato a occuparmi di questi temi, circa trent’anni fa, l’archeologia musicale era ancora un settore relativamente poco conosciuto. Nel 2000 entrai nell’International Study Group on Music Archaeology e allora le possibilità tecniche erano decisamente inferiori.

Oggi la situazione è molto diversa. Nei dipartimenti sono nati laboratori di diagnostica, sono aumentate le collaborazioni con chimici, fisici ed esperti di acustica e questo ha permesso un dialogo molto più stretto tra discipline umanistiche e scientifiche.

È proprio questa multidisciplinarità a essere fondamentale: nessun singolo studioso possiede tutte le competenze necessarie. La ricostruzione nasce mettendo insieme fonti letterarie, iconografia, reperti archeologici, teoria musicale, analisi scientifiche e sperimentazione.

Vorrei soffermarmi sul rapporto tra musica e teatro. Noi leggiamo Eschilo, Sofocle ed Euripide soprattutto come grandi autori letterari, ma lo spettatore ateniese viveva anche canto, ritmo, musica e danza. Quanto cambia la nostra comprensione della tragedia se perdiamo la sua dimensione sonora?

Cambia molto, perché prima di tutto Eschilo, Sofocle ed Euripide erano autori di teatro: scrivevano testi destinati alla scena. Già considerarli soltanto come opere da leggere significa inevitabilmente ridurne la portata originaria.

Frammento di papiro dell’Oreste di Euripide con notazione musicale greca antica.
Frammento dell’Oreste di Euripide con notazione musicale, circa 200 a.C. Il papiro conserva parte dei versi 338–344 del primo coro della tragedia.
Crediti: Euripides, Orestes 338–44, Papyrus Collection of the Austrian National Library / World Digital Library – Library of Congress.

Possiamo però ricavare molte informazioni dai testi stessi. Attraverso la metrica riusciamo, per esempio, a distinguere le parti cantate da quelle recitate. Abbiamo quindi una sorta di “partitura grezza” che può aiutare anche chi oggi vuole mettere nuovamente in scena queste opere.

Nelle rappresentazioni contemporanee si cerca sempre più spesso di restituire al coro la sua dimensione originaria di canto e danza. Naturalmente non possiamo ricostruire le melodie originali, ma possiamo rispettare l’alternanza tra parti recitate e cantate e recuperare qualcosa della complessità dello spettacolo.

Ho assistito, per esempio, a una rappresentazione dell’Antigone di Sofocle negli Stati Uniti in cui le parti recitate erano in inglese, mentre i cori venivano cantati e danzati in greco, cercando di rispettare almeno la struttura ritmica originale.

Non si tratta necessariamente di realizzare una ricostruzione archeologica perfetta. Anche semplicemente ricordare che alcune parti erano cantate e danzate permette di avvicinarsi maggiormente alla natura dello spettacolo antico, nel quale anche la componente emotiva passava attraverso la realizzazione scenica.

Nel pensiero greco la musica non era considerata soltanto piacevole, ma anche capace di agire sull’animo e sulla formazione dell’individuo. In che modo gli antichi concepivano questa capacità di influire sulla persona?

Le fonti sono numerose e ci offrono prospettive differenti.

Le fonti filosofiche riflettono spesso sul carattere mimetico della musica e sul suo potere di agire sull’animo, quello che possiamo definire potere “psicagogico”: letteralmente, la capacità di muovere l’animo.

Platone, per esempio, attribuisce alla musica una fortissima funzione educativa. Nella Repubblica accetta soprattutto quelle forme musicali che considera adatte alla formazione del cittadino, mentre guarda con sospetto a musiche troppo lamentose, troppo complesse o eccessivamente mimetiche. Ma bisogna ricordare che Platone affronta questi temi all’interno di una riflessione politica, non in un trattato musicale.

Aristotele ha una prospettiva più ampia: riconosce alla musica una funzione educativa, ma anche il divertimento, il riposo e la catarsi.

Esistono poi fonti mediche che descrivono l’utilizzo della musica per calmare o eccitare l’animo e persino nel trattamento di alcune condizioni, come l’epilessia, oltre a fonti religiose che ne mostrano l’importanza nei rituali.

Ciò che accomuna queste prospettive è l’idea della musica come arte dinamica: si sviluppa nel tempo e, proprio per questo, è capace di “muovere” l’animo.

Un altro aspetto molto interessante è il legame tra musica, matematica e filosofia. Perché nel mondo antico questi ambiti erano così strettamente collegati?

Perché lo studio tecnico dei suoni e dei ritmi era considerato una vera e propria epistēmē, una scienza.

Già i Pitagorici avevano riflettuto su questi aspetti e Platone inserisce la scienza armonica, insieme a matematica, geometria e astronomia, tra le discipline che preparano alla filosofia.

Il rapporto è particolarmente evidente nella scienza armonica, che cerca di descrivere le relazioni tra i suoni attraverso rapporti tra grandezze. In ambito pitagorico, per esempio, vengono utilizzate proporzioni numeriche per spiegare gli intervalli musicali.

Da questa riflessione si arriva progressivamente a un livello sempre più astratto, fino all’idea della cosiddetta “musica delle sfere”: una musica cosmica che l’uomo non può realmente ascoltare, ma che rappresenta concettualmente l’ordine dell’universo.

Questa concezione ha avuto una storia lunghissima. Per molti secoli, anche nel Medioevo e nel Rinascimento, la musica è rimasta una disciplina scientifica strettamente collegata alla matematica.

Finora abbiamo parlato soprattutto delle idee sulla musica; mi piacerebbe ora spostarmi su chi la praticava concretamente. Chi erano i musicisti nel mondo antico e quale ruolo avevano nella società?

Giovane musicista greco che canta e suona una kithara su un’anfora attica a figure rosse.
Giovane che canta e suona la kithara, anfora attica a figure rosse attribuita al Berlin Painter, circa 490 a.C.
Crediti: Attributed to the Berlin Painter, Terracotta amphora (jar), ca. 490 BCE, Fletcher Fund, 1956, The Metropolitan Museum of Art, New York.

Dipende molto dal periodo storico, perché quando parliamo di musica greca stiamo attraversando molti secoli.

Nell’età più antica troviamo la figura dell’aedo, il cantore di corte descritto anche nei poemi omerici: un professionista che operava presso la corte del sovrano.

Successivamente troviamo livelli molto diversi di competenza. Un aristocratico poteva possedere una formazione musicale di base e saper suonare durante un simposio, mentre chi partecipava alle competizioni pubbliche o accompagnava professionalmente i cori possedeva una preparazione molto più elevata e veniva pagato per il proprio lavoro.

Questi musicisti viaggiavano molto attraverso il Mediterraneo, partecipavano alle gare, guadagnavano denaro e fama e potevano raggiungere un notevole prestigio.

Tra la tarda età classica e il periodo ellenistico le competizioni musicali aumentarono e alcuni interpreti diventarono vere e proprie star. Cambiò anche il modo di proporre il repertorio: un cantante poteva eseguire una selezione di brani famosi provenienti da opere differenti, quasi come un recital moderno.

Probabilmente è proprio a questa pratica che dobbiamo alcuni dei papiri musicali teatrali arrivati fino a noi, che raccolgono estratti di opere diverse.

Lei ha dedicato molti anni allo studio di una musica di cui possediamo numerose tracce, ma di cui abbiamo perso gran parte del suono. Che rapporto ha sviluppato con questa assenza?

Quello che mi interessa soprattutto è comprendere l’importanza culturale che questo universo ha avuto nella propria epoca e nelle epoche successive.

Molti elementi della musica antica, sul piano teorico, ideale e pratico, hanno profondamente influenzato la cultura occidentale. Basta pensare alla terminologia che ancora oggi utilizziamo oppure all’importanza che i Greci attribuivano all’arte all’interno del progetto educativo e sociale.

Queste idee ritornano continuamente nella storia. Nel Rinascimento, per esempio, la nascita dell’opera musicale fu sostenuta anche dall’idea di recuperare il modello del teatro greco: se i Greci cantavano sulla scena, si pensò, potevamo farlo anche noi.

Lo stesso vale per concetti come l’armonia delle sfere, che hanno attraversato i secoli e hanno dialogato anche con lo sviluppo del pensiero scientifico.

Da un lato, quindi, possiamo ascoltare relativamente poco; dall’altro possiamo leggere moltissimo e comprendere quanto profondamente quelle idee abbiano influenzato i secoli successivi.

Dobbiamo inoltre ricordare che i nostri codici di ascolto sono cambiati. Anche se potessimo ascoltare tutta la musica del passato, probabilmente alcune sonorità ci apparirebbero molto lontane. Il compito dello studioso è proprio cercare di ricostruire anche quei codici culturali.

Per chiudere, resterei sul rapporto tra ricerca e sensibilità personale. C’è un’opera, un film o una composizione musicale che sente particolarmente vicina al suo percorso di studiosa?

Sono molto appassionata di teatro antico, sia della tragedia sia della commedia, e mi piace molto assistere alle rappresentazioni moderne delle opere classiche. Per me alcune tragedie greche sono tra le opere più belle mai realizzate dall’uomo.

Lo vedo anche con gli studenti: persino ragazzi che non hanno mai letto una tragedia possono rimanerne profondamente coinvolti, anche semplicemente attraverso una lettura in traduzione.

Ma i miei interessi non si fermano al mondo classico. Amo molto anche il cinema e la fantascienza: per esempio Star Wars o Stranger Things.

Trovo interessante che in alcune di queste narrazioni contemporanee ritornino meccanismi che ricordano quelli della mitologia antica: grandi saghe, personaggi e storie che passano attraverso media differenti.

È qualcosa che il mondo antico faceva già attraverso poesia, pittura, scultura e musica. Anche opere contemporanee come Percy Jackson mostrano quanto il mito classico continui a funzionare quando viene reinterpretato in forme nuove.

Probabilmente accade perché il mito affronta temi centrali dell’esperienza umana attraverso immagini, simboli e personaggi capaci di continuare a parlare anche a culture molto diverse dalla propria.

Nota editoriale: l’intervista è stata trascritta dalla conversazione video e, per ragioni editoriali, ridotta eliminando ripetizioni, esitazioni e passaggi marginali, senza modificarne il contenuto o il senso delle risposte.

Si ringrazia la professoressa Eleonora Rocconi per la disponibilità e per il tempo dedicato a questa intervista.

Autore

  • Nicola Stallone

    Nicola Stallone è service engineer nel campo dei laser a fibra ottica, con uno sguardo curioso verso meccanica, progettazione e tecnologie di fabbricazione. Appassionato di filosofia, cultura e musica, porta nei suoi scritti un equilibrio tra pensiero critico, concretezza e attenzione per ciò che sta dietro alle cose. Suona il basso e il pianoforte.