Concedi più tempo alla fiducia
Riassunto
La fiducia ha bisogno di tempo, ascolto e pazienza. Nasce nella relazione, cresce attraverso l’attesa e si rafforza quando impariamo a liberarci dalle aspettative rigide verso l’altro.
Ognuno esprime affetto in modo diverso: c’è chi sa tendere il filo con naturalezza e chi, come un gomitolo, ha bisogno di ritrovare il proprio capo. Dare fiducia significa accogliere questi tempi, riconoscere la disponibilità dell’altro e ripartire da sé con più consapevolezza.
Introduzione
Per entrare in una comunicazione affettiva e aperta con l’altro, occorre cambiare le aspettative e accettare che ognuno ha una sua modalità per esprimere attenzione.
Nel diritto romano la fiducia era un contratto che prevedeva il trasferimento di un bene che, in seguito, veniva restituito una volta raggiunto un certo scopo. Ad esempio, quando un uomo chiedeva un credito a un benestante, dava al creditore uno schiavo o la proprietà di un fondo finché non sarebbe stato in grado di saldare totalmente il debito. Questo “patto vincolante” era la garanzia che obbligava il debitore a restituire il bene. Questo termine ha fatto un lungo viaggio nei secoli, accogliendo una molteplicità di significati. Quello che però fa emergere in noi è la semantica della relazione. La parola fiducia è un filo a due capi che sa abitare l’attesa e i tempi lunghi e, dunque, non brilla di velocità. In ogni contesto in cui la si pone, investe sempre sé e l’altro, perché non sa essere egoista né individualista.
La fiducia nasce dal legame
I presupposti della fiducia hanno radici lunghissime. Nasciamo infatti con una tendenza naturale e inconsapevole a darla, poiché siamo i mammiferi che più lentamente acquisiscono autonomie e necessitano di un rispecchiamento continuo. Nella connessione che si genera, la figura genitoriale rimanda al neonato l’idea che i suoi bisogni siano validi e abbiano un significato: se ti fa male la pancia è perché hai fame, quindi ti do il latte. In questo continuo scambio, in cui si validano non solo i bisogni del neonato, ma anche la sua essenza ed esistenza, il suo valore come “persona” e l’importanza di leggere — e non ignorare — i propri stati interiori, il bambino impara il senso dell’abitare nel mondo.
Un po’ come il debitore romano nel legame di attaccamento, la mamma è saldatrice del debito, dando al bambino l’equipaggiamento base per muoversi nel mondo. E il bambino, un po’ come il creditore, comprenderà che cos’è la fiducia e interiorizzerà dentro di sé un meccanismo da poter replicare, perché funzionante, anche con gli altri.
Ma perché al giorno d’oggi tendiamo a fidarci sempre meno? Questa domanda esige lo spostamento della conversazione su un altro livello: quello delle aspettative. Restiamo delusi e ci sentiamo ignorati perché siamo convinti che l’altro si muova secondo le nostre aspettative. Possiamo provare a uscire dall’idea che esista un solo modo, una legge universale, di stare nei rapporti? Sarebbe un po’ come pretendere che l’altro rispetti un patto che non abbiamo mai concordato insieme. La verità è che ci si può voler bene profondamente, pur essendo completamente diversi. Dare fiducia significa proprio questo: superare l’analfabetismo che oggi abita le relazioni e riuscire a scorgere la disponibilità affettiva dell’altro.
Filo o gomitolo?
Quest’ultima valutazione presuppone un intenso lavoro del proprio giardino interiore e potrebbe partire da una semplice domanda: mi sento filo o gomitolo?
Le persone “filo” sono coloro che, nella maggior parte dei casi, hanno conosciuto le emozioni legate ai rapporti di fiducia e hanno imparato a tessere, con elasticità, relazioni soddisfacenti, con confini stabili. Le persone “gomitolo”, invece, avrebbero tantissimo da dare all’altro in termini affettivi, ma hanno bisogno di tempo per trovare — o ritrovare — il “capo”. A volte, forse, sono state costrette a tagliare drasticamente il filo che le connetteva all’altro e si sono dimenticate l’alfabeto della fiducia. Nel tempo il filo è diventato una matassa un po’ ingarbugliata, difficile da riprendere in mano e un po’ spaventosa a uno sguardo esterno.
Conclusione
La buona notizia è che, nel tunnel dell’attesa, del dolore e della solitudine, per ogni gomitolo c’è sempre un “capo”. Abbandonando rigide aspettative e richiamando la curiosità, si può ripartire da sé, dandosi quella fiducia che profuma di riscatto, consapevolezza e comprensione.